Vi fidereste???

No, dico, ai tempi di FB, di Instagram, di Twitter, di Linkedin, Google plus etc….

Vabbeh, pe falla  breve ai tempi di oggi praticamente dettati dalla  conoscenza virtuale vi fidereste  de ‘na tipa come  me praticamente  disconnessa (in tutti i sensi…)  e  che  tiene ancora al piacere di una telefonata, di una passeggiata, di un abbraccio e…non continuo altrimenti me sale l’adrenalina (scherzo).

Voi? Siete sempre connessi, postate, vi fate i selfie, state sempre sul pezzo (ma si dice così?). Boh…

Insomma cosa vuol dire per voi conoscere una persona e sintonizzarsi sulle sue frequenze?

Con questa domanda alla Marzullo vi auguro buona serata.

Un sorriso, Lila (ascoltate anche la canzone che merita).

 

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57 pensieri su “Vi fidereste???

  1. Conoscere una persona secondo me vuol dire viverla nel quotidiano… Le foto sui social sono solo una parte del tutto! Ecco, quando conosci una persona hai ben presente il quadro generale, una foto a 360′ 😄 Quindi siii mi fiderei di una come te perché per conoscere davvero qualcuno ci vogliono chiacchierate, abbracci, scherzi, confidenze, luuuunghe telefonate ✌ sei nel giusto! 😆

  2. Erik

    io frequento praticamente solo il blog, sono a-social, se non a piccole piccolissime dosi quindi non avrei problemi a fidarmi di chi non si fida della socialità moderna… 🙂

  3. Io ho anche profilo su altro social ma non sono un assiduo utilizzatore. Vado a periodi, diciamo. Nel lungo periodo poi il social di turno rispecchi le mie abitudini sociali “live”. Però sono strumenti con belle potenzialità. Come tutto dipende da come li utilizziamo ( frase fatta, ma che sento valida) 😀. Ciaooo

    1. Penso anche io che sia così alla fine Leonardo ma sinceramente già so mezza sballata solo avendo il blog. Pensa che mi accadrebbe se fossi pure iscritta a qualche altro social! Ciaooo 😀

  4. beh, sfondi una porta aperta, ho un profilo facebook che tra poco Zuckerberg mi chiude per assenza ingiustificata, niente Twitter, Linkedin, un profilo Instagram aperto per vedere cosa pubblica mia figlia quattordicenne (da buon padre terrone non mi pare sia una colpa 😉 ). Google Plus perchè praticamente è nel pacchettone di Google o tutto o niente è la loro politica! Del resto una stretta di mano, una chiacchierata magari davanti ad un buon bicchiere di vino, un sorriso dal vivo sono situazioni ai quali non resisto e che pratico a più non posso. Unica pecca il blog che ho aperto da circa due anni, ma credo che almeno un peccato sia concesso 🙂 Riguardo ai selfie se fosse per me tornerei al Nokia 3270 altro che fotocamera frontale!
    ciao

    1. Ciao Sarino! Mi hai fatto sorridere. Controllare un po’ l’andazzo che ha una figlia non è per niente una colpa. Il piacere di condividere le piccole cose con una persona dal reale è una cosa impagabile. Ma hai ragione riguardo al blog. Del resto anche noi con i nostri commenti e rispondendo agli stessi ci conosciamo un po’. Sì anche a me non piacciono molto i selfie forse perché in effetti è più belle essere fotografati e se possibile in pose molto spontanee.
      Buona serata e grazie! 🙂

  5. raccontatore

    Se per “connesso” ti riferisci agli strumenti sociali (fb, ecc.) allora posso associarmi ai non sempre connessi, poi non sone neppure iscritto direttamente a fb. Anche al mio blog ho visto ora che non ci vado da quasi un mese (a scrivere): forse un po’ di stanchezza ed una cerchia poco allargata di altri viaggiatori alcuni dei quali scomparsi. Altre cose da fare: le elezioni amministrative. In ogni caso, sempre governare e non essere governato dalla rete.
    La rete può aiutare a entrare in contatto con una persona, ma non sostituisce la relazione interpersonale diretta, di presenza, anche se spesso è difficile che si concretizzi. Aiuta però ad allargare le conoscenze e scambiare opinioni con altre persone con le quali diversamente non potremmo entrare in contatto.
    “Vi fidereste?” bel punto di domanda: di fronte all’ignoto e, non raramente, al falso la cautela – se non la diffidenza – è d’obbligo, ma non è questo un memo che ci accompagna anche nella vita reale?

    1. Amico caro anche io sono raramente connessa ai social. Mi piace solo tenere aggiornato il blog e sono contenta tu sia venuto a commentare da me con il tuo punto di vista! Che dire? Penso tu abbia ragione: anche nella vita reale un po’ di diffidenza non guasta anche se a volte ci si sente quando è il momento di lasciarsi andare 🙂
      Buona serata. Lila

      1. Non è facile però. Anche perché potrebbero anche ferirti…il tuo invito l’ho accettato ma non trova la pagina. Credo ci sia un errore…

      2. ecco, infatti…
        perché ferirsi per forza?
        E’ vero che può succedere anche con persone che si conoscono da molto ma andarsela a cercare credo non ne valga la pena! 🙂

      3. Amosolome

        na…..io la penso cosi. che non si decide se andarsela a cercare o no…tanto viene cmq o non viene cmq. io preferisco cercarla.

      4. Amosolome

        non tornare mai indietro e non chiedere mai il permesso….io non lo faccio con te. sarà sempre quello che m’incuriosirà di cio’ che scrivi

  6. fausto

    TASTOMATTO

    di Fausto Corsetti

    Carta profumata, bigliettini con disegni, frasi che davano spazio ai sentimenti. Oggi, invece, le emozioni passano attraverso i tasti, poco cambia se del cellulare, smartphone o del computer.
    Dalle lettere che coprivano lunghe distanze impiegando giorni e giorni per giungere a destinazione, alle e-mail che ci arrivano qualche attimo dopo l’invio, alle chat o agli sms tramite i quali ci si può scrivere avendo una risposta nel tempo necessario per scriverla.
    Anno dopo anno si son fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network, magari “urbi et orbi”. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi. In compenso, nei momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online. Per scambiare due chiacchiere con qualcuno che non fosse un cognato; per fare battute sugli ultimi strani eventi italiani; per rincuorare tutti, a metà pomeriggio del 25 dicembre, con dei “forza e coraggio” a sindrome influenzale galoppante. Poi magari ci si è visti con gli amici. I soliti. Non quelli, magari centinaia, che abbiamo su Facebook. E che stanno portando la parte “più evoluta” del pianeta, insomma i milioni e milioni di Facebook, quelli di Twitter e gli altri, a ridefinire il concetto di amicizia. Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo. Non più una frequentazione continua fatte di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene hanno incrociato i propri sguardi due volte…
    Tempi di “social networking”: l’amicizia si sta evolvendo, da relazione a sensazione. Da qualcosa che le persone condividono a qualcosa che ognuno di noi abbraccia per conto proprio. E non è poi raro che, dopo certi pomeriggi domenicali passati a chattare, ci si senta non appagati, guarda caso, lievemente angosciati e col mal di testa.
    In tanta pantagruelica abbuffata di parole la comunicazione e il modo di scrivere sono lentamente e inesorabilmente cambiati.
    Ci siamo tutti impoveriti nel linguaggio. Un buon discorso fatto fra due o più persone, nel passare da vocale a scritto, ha perso tutto il fascino di una tranquilla chiacchierata tra amici: non ci si guarda più in faccia per dirsi qualcosa ma si rimane incollati a schermi e schermucci a “pestare” o “lisciare” una tastiera, aspettando una risposta dall’altro.
    Guardarsi negli occhi mentre ci si parla è importante perché lo sguardo rispetto alle parole esprime meglio i concetti, i sentimenti, gli stati d’animo. E’ troppo comodo mascherarsi dietro uno schermo ed esprimere ciò che si pensa piuttosto che affrontare la conversazione a viso aperto.
    E’ innegabile d’altro canto che questo sia uno strumento comodo e veloce per comunicare e trasmettersi informazioni o materiale, ma – come tutte le cose – anche questo deve essere adoperato nel giusto modo perché risulti veramente utile e non diventi un alibi, un paravento dietro cui nascondersi per paura di affrontare l’interlocutore faccia a faccia.
    Da tutta la tecnologia che ci “avvolge” e continuerà ad avvolgerci non trarre beneficio sarebbe forse poco intelligente, l’importante è usarla con raziocinio e quando realmente serve, e non per pigrizia o altro; ci deve aiutare a semplificare le cose non a renderci più pigri; avari persino nella possibilità di scambiarsi uno sguardo.
    Anche una mano che accarezza, se non è accompagnata da uno sguardo che sostiene e che avvolge, non è efficace e convincente. Sono infinite le parole che possiamo scrivere o pronunciare , ma solo poche quelle che restano, che riescono ad abitare le stanze interiori del cuore.

    Con immenso piacere, un caro saluto.
    Fausto

    1. Fausto hai ragione, sarebbe bello preferire alcuni modi con cui una volta si entrava in contatto con le persone. Ci si conosceva, ci si guardava faccia a faccia, ci si piaceva, ci si innamorava. E’ molto bello quello che hai scritto sai? Un po’ di tecnologia però è necessaria altrimenti neanche i blog esisterebbero e neanche avresti potuto commentare qui.
      Buona serata e un saluto.

  7. fausto

    E’ triste constatare – soprattutto nell’uso dello smartphone – l’assenza di una via di mezzo , non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
    E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

    In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

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